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CONFERENZA EPISCOPALE PIEMONTESE


I CORI NELLA LITURGIA

Tu non hai bisogno della nostra lode,
ma per un dono del tuo amore
ci chiami a renderti grazie;
i nostri inni di benedizione
non accrescono la tua grandezza,
ma ci ottengono la grazia che ci salva,
per Cristo nostro Signore.

(Messale Romano, Prefazio comune IV)

 

UNA FIORENTE RIPRESA

1. Nello svolgimento del nostro ministero pastorale, celebrando in cattedrale, nelle parrocchie, negli istituti religiosi, come anche con le associazioni, i movimenti, i gruppi ecclesiali, abbiamo spesso occasione di notare un vivace rifiorire di cori per la liturgia. Ci rallegriamo vivamente con tutti coloro che sono impegnati in questo servizio ecclesiale e desideriamo far conoscere alle comunità cristiane della Regione Pastorale Piemontese il nostro apprezzamento per questa ripresa, augurandoci che si estenda là dove ancora stenta a realizzarsi.
Le realtà dei cori che incontriamo sono assai differenti: dai piccoli cori – formati da gruppi di ragazzi, di giovani, di adulti – che sostengono l’assemblea con il canto a una sola voce, alle formazioni a più voci che impegnano in questa attività ampi spazi di studio e di ricerca, mettendo a disposizione della liturgia i frutti della loro passione e competenza. Siamo convinti che tutti questi cori, dai più piccoli ai più complessi, attraverso una partecipazione religiosa e una preparazione tecnicamente idonea, possano svolgere una funzione di guida e di sostegno del canto. Essi offrono in tal modo un prezioso aiuto alla preghiera comune e alla meditazione, nonché un contributo determinante al decoro e alla bellezza della celebrazione.1
L’esperienza di questi oltre quarant’anni di rinnovamento liturgico ci porta infatti a ribadire che i cori si rivelano di grande aiuto per realizzare quanto viene raccomandato nell’Ordinamento Generale del Messale Romano, terza edizione tipica, promulgato il 20 aprile 2000 e approvato dalla Sede Apostolica il 25 gennaio 2004: «I fedeli che si radunano nell’attesa della venuta del loro Signore sono esortati dall’Apostolo a cantare insieme salmi, inni e cantici spirituali. Infatti il canto è segno della gioia del cuore. Perciò dice molto bene sant’Agostino: “Il cantare è proprio di chi ama”, e già dall’antichità si formò il detto: “Chi canta bene, prega due volte”. Nella celebrazione della Messa si dia quindi grande importanza al canto, tenuto conto della diversità culturale delle popolazioni e della capacità di ciascun gruppo di ciascuna assemblea liturgica» (n. 39-40).

2. La pubblicazione di un apposito volume del repertorio regionale «Nella casa del Padre», con i canti per i cori a più voci avvenuta nel 1988 e ora in fase di rifacimento, è un chiaro segno della concreta attenzione con cui la Chiesa piemontese segue l’attività dei cori per la liturgia.
All’impegnativo lavoro compiuto dalla Commissione Liturgica Regionale desideriamo affiancare queste nostre direttive, attraverso la riproposizione del documento della Conferenza Episcopale Piemontese «I Cori nella Liturgia» del 22 maggio 1988. Attraverso ad esse intendiamo far giungere a tutti i cori il nostro vivo incoraggiamento, affinché il loro prezioso servizio alle assemblee liturgiche diventi più intenso e qualificato. Chiediamo anche, dove sia il caso, di impegnarsi lealmente a superare precedenti abitudini così da realizzare progressivamente il rinnovamento richiesto dal Concilio Ecumenico Vaticano II.

3. La riflessione sui compiti della musica vocale e strumentale nella liturgia ha compiuto in questi ultimi anni un notevole passo avanti, grazie alla reciproca influenza della pratica liturgica e della ricerca sia storica che teorica. Le principali acquisizioni di questo cammino fanno ritenere che i repertori musicali (classici, recenti, dotti o popolari) sono tutti relativi.2 Nella scelta dei canti e delle musiche il punto fermo è, prima di tutto, la gloria di Dio: al suo servizio è ordinata la celebrazione con il suo concretarsi in diversi tipi di cultura presenti nelle singole assemblee. Occorre pertanto una buona comunicazione tra i partecipanti: non si tratta infatti di eseguire materialmente un certo programma musicale, ma di realizzare un rito significativo e spiritualmente fruttuoso. Anche i contributi musicali fanno pienamente parte della più generale preoccupazione di offrire un culto sincero a Dio.
Parola, silenzio, canto e musica sono elementi complementari e significativi della liturgia cristiana. II rinnovamento dei repertori, da solo, non è sufficiente a realizzare buone celebrazioni: piuttosto, è necessario rispondere sempre meglio all’esigenza che canto e musica siano decorosamente inseriti nella celebrazione e vi contribuiscano con la dignità e la bellezza di cui sono capaci. Canto e musica interessano perciò non solo i musicisti, ma anche i pastori, responsabili della buona conduzione delle celebrazioni.3 Per questo raccomandiamo insistentemente ai sacerdoti di favorire la formazione musicale dei cantori, ma soprattutto di curare la loro formazione cristiana e liturgica.

4. Come si potrà facilmente rilevare, le direttive che seguono sono assai sintetiche, quasi un condensato dei molti problemi e delle eventuali soluzioni. Esse non intendono proporre ricette facili e di pronta applicazione, ma piuttosto costituire un punto di riferimento per la riflessione sui temi affrontati e un orientamento per le scelte concrete. Occorre tener conto che la riflessione e l’esperienza inducono a scegliere un saggio pluralismo di soluzioni, e che – anche in questo campo – la pratica ha bisogno di un costante ripensamento e di adeguati, validi sussidi.
Per parte nostra offriamo questo sussidio riferendoci soprattutto al documento dell’Episcopato italiano sulla liturgia: la «Nota pastorale», a vent’anni dalla Costituzione conciliare «Sacrosanctum Concilium», su «Il rinnovamento liturgico in Italia» (21 settembre 1983).


1. UN SERVIZIO DA PRESTARE

5. Nella «Nota pastorale» i Vescovi italiani hanno indicato autorevolmente le varie caratteristiche di quei fedeli che intendono impegnarsi in un ministero a servizio delle assemblee liturgiche.4
Parlando di interiore adesione a ciò che fanno, i Vescovi italiani ricordano a ogni cantore che il suo canto è prima di tutto una preghiera e, come tale, esige un profondo raccoglimento interiore e un umile atteggiamento di fronte a Dio. Questo impegno è concretamente facilitato da una buona preparazione alla liturgia: preparazione interiore, anzitutto, perché il cuore sia disposto alla preghiera; preparazione anche esteriore, in modo che cantori, strumentisti e ogni altro animatore svolgano il loro compito primariamente preoccupati del servizio di lode. Occorre evitare che un’insufficiente loro preparazione ministeriale finisca per concentrare talmente la loro attenzione sugli aspetti tecnici, da distogliere la mente e il cuore dalla preghiera comune.
L’essere «segni» della presenza del Signore in mezzo al suo popolo richiede inoltre a tutti i cantori che il loro atteggiamento interiore si manifesti, anche esteriormente, in una vita cristiana improntata all’unità di fede e di carità con la propria comunità cristiana. E poiché il servizio liturgico è una testimonianza che va continuata e confermata nella vita di ogni giorno, ogni cantore è chiamato a completare il suo servizio liturgico con un effettivo impegno nelle diverse attività in favore della comunità ecclesiale e umana.
La necessità di possedere una sufficiente competenza comporta poi la fatica di un continuo sforzo per diventare adeguatamente preparati a svolgere il proprio servizio in modo che sia, da una parte, il più possibile degno del Signore a cui viene rivolta la preghiera e, dall’altra, rispettoso verso i fratelli a cui si intende offrire un aiuto per pregare meglio. In questo lavoro formativo devono essere impegnati fin dall’inizio i fanciulli e ragazzi dei cori liturgici, affinché la loro prestazione non sia puramente esteriore, ma faccia parte di quella crescita nello spirito di servizio che dovrebbe essere proprio di ogni cristiano. Evidentemente, come per ogni ministero ecclesiale, anche per il canto deve esserci una specifica attitudine: una voce, cioè, che – debitamente verificata ed educata – possa fondersi bene nel coro.

6. L’«Ordinamento Generale del Messale Romano» offre, nel terzo capitolo «Uffici e ministeri nella Messa», un quadro complessivo di come dovrebbe sempre configurarsi ogni assemblea liturgica e del servizio che il coro è chiamato a svolgervi:
«La celebrazione eucaristica è azione di Cristo e della Chiesa, cioè del popolo santo riunito e ordinato sotto la guida del Vescovo. Perciò essa appartiene all’intero Corpo della Chiesa, lo manifesta e lo implica; i suoi singoli membri poi vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, dei compiti e dell’attiva partecipazione. In questo modo il popolo cristiano, “stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato”, manifesta il proprio coerente e gerarchico ordine. Tutti perciò, sia ministri ordinati sia fedeli laici, esercitando il loro ministero o ufficio, compiano solo e tutto ciò che è di loro competenza» (n. 91).
«I fedeli nella celebrazione della Messa formano la gente santa, il popolo che Dio si è acquistato e il sacerdozio regale, per rendere grazie a Dio, offrire la vittima immacolata non soltanto per le mani del sacerdote, ma anche insieme con lui, e imparare a offrire se stessi. Procurino quindi di manifestare tutto ciò con un profondo senso religioso e con la carità verso i fratelli che partecipano alla stessa celebrazione. Evitino perciò ogni forma di individualismo e di divisione, tenendo presente che hanno un unico Padre nei cieli e che, perciò, tutti sono tra loro fratelli» (n. 95).
«Formino invece un solo corpo, sia nell’ascoltare la parola di Dio, sia nel prendere parte alle preghiere e al canto, sia specialmente nella comune offerta del sacrificio e nella comune partecipazione alla mensa del Signore…» (n. 96).
«I fedeli non rifiutino di servire con gioia l’assemblea del popolo di Dio, ogni volta che sono pregati di prestare qualche ministero o compito particolare nella celebrazione» (n. 97).
«Tra i fedeli esercita un proprio ufficio liturgico la schola cantorum o coro, il cui compito è quello di eseguire a dovere le parti che gli sono proprie, secondo i vari generi di canto, e di promuovere la partecipazione attiva dei fedeli al canto» (n. 103).

7. La celebrazione dei riti liturgici comporta competenze diverse: accoglienza, animazione del canto corale e di quello dell’assemblea, musica strumentale, lettura, predicazione e testimonianza, azioni rituali e formulazioni di preghiera, presidenza dell’assemblea. La parte più strettamente musicale è affidata, in concreto, a chi anima il canto comune: coristi, direttore del coro, guida dell’assemblea, strumentisti (con il loro duplice compito di accompagnare il canto e di creare uno spazio musicale). Anche se, in pratica, non tutti e non sempre questi servizi sono assicurati nelle nostre assemblee, è pur vero che contribuiscono al buon svolgimento del rito.
Una celebrazione significativa ha bisogno della collaborazione di tutti coloro che vi prestano un servizio. Canto e musica sono parte di un insieme: sarebbe errato affidarli unicamente ai musicisti, come se si trattasse di un aspetto secondario, puramente ornamentale o strettamente tecnico. Canto e musica fanno parte del rito e vanno inseriti nel suo significato globale: non sarebbe giustificato che la celebrazione e gli interventi musicali procedessero come per strade parallele.
Acquisire questo principio non equivale a diminuire l’importanza dei musicisti: in questo modo essi vengono autenticamente valorizzati, riconoscendo loro una funzione di grande rilievo nel culto. Si potranno così anche evitare malintesi e fratture che talvolta minano dall’interno le nostre liturgie. La sola buona volontà o la pura e semplice competenza tecnica non bastano: per garantire la dignità liturgica delle celebrazioni occorre una chiara intesa almeno sugli orientamenti di base.5

8. Un caso particolare è la richiesta di interventi di cori da parte di enti, associazioni, e anche famiglie, che intendono solennizzare qualche particolare celebrazione. Se questi cori non valutano la fisionomia, le possibilità, i repertori delle assemblee in cui verrebbero ad inserirsi, finiscono per limitarsi ad eseguire un proprio repertorio. La loro prestazione è ammissibile solo a condizione di concordare preventivamente con il responsabile della celebrazione un programma di canti che tenga conto delle concrete possibilità dell’assemblea, anche al fine di evitare prestazioni richieste prevalentemente per motivi di emulazione o di prestigio. Si tenga presente, a tale riguardo, quanto stabilisce la Costituzione conciliare sulla liturgia, all’art. 32: «Nella liturgia, tranne la distinzione che deriva dall’ufficio liturgico e dall’ordine sacro, e tranne gli onori dovuti alle autorità civili a norma delle leggi liturgiche, non si faccia alcuna preferenza di persone private o di condizioni, sia nelle cerimonie sia nelle solennità esteriori».


2. UNA FEDE DA CANTARE

9. Nella «Nota pastorale» i Vescovi italiani richiamano alcuni princìpi fondamentali che devono caratterizzare l’attività dei cori a servizio della liturgia.6
È specificato chiaramente, innanzitutto, lo scopo del servizio dei cori nella liturgia: cantare la fede cristiana. I cantori sono quindi chiamati primariamente a professare nell’assemblea liturgica la propria fede: ciò coinvolge direttamente la responsabilità dei pastori nel provvedere alla loro formazione spirituale. A questo proposito, vogliamo elogiare l’esperienza di molti cori che hanno saputo trasformare la loro passione per la musica in occasione di autentico e profondo itinerario cristiano. Incontri formativi, spazi o perfino giornate di riflessione e preghiera, condivisione e carità fraterna sono oggi per molti cori pratica consueta e ricca di frutti. Tale uso viene anche incontro alle esigenze di quei cantori che si accostano al servizio liturgico per un prevalente interesse musicale, quasi per ricavarne sostegno e aiuto nelle difficoltà che incontrano di fronte alla fede. Se spesso è la fede che conduce a cantare, talora è il canto che può aprire alla fede: tenerne conto nell’impostare le attività del coro è segno di rispetto delle persone e di accoglienza della grazia di Dio.

10. Chiamati a professare nel canto la propria fede, i cantori prestano poi il loro servizio aiutando l’assemblea celebrante a manifestare a sua volta l’autentica fede della Chiesa. Bisogna allora ricordare quanto sia necessario preoccuparsi, da una parte, che i testi corrispondano alla fede della Chiesa e, dall’altra, che l’espressione musicale non sommerga, ma invece esalti, i contenuti di fede.

11. Occorre ricordare che il canto comunitario ha come suoi presupposti un atteggiamento interiore favorevole all’espressione collettiva e corale, una sufficiente assimilazione del testo e del rito (frutto di una essenziale catechesi), e un apprendimento almeno elementare della melodia. Il presupposto più problematico è spesso il primo, perché è condizionato dalla cultura, dall’età, dal temperamento, come pure dalle circostanze. Gli altri due sono maggiormente legati all’iniziativa dei responsabili: è bene che essi entrino sempre più nella prassi abituale, almeno domenicale, della preparazione immediata alla liturgia.


3. UNA PARTECIPAZIONE DA ANIMARE

a) I compiti del coro

12. Sempre nella «Nota pastorale» i Vescovi italiani segnalano due precisi compiti “tecnici” dei cori per la liturgia: «Si curi che il coro, pur svolgendo la sua necessaria funzione di guida, coinvolga l’intera assemblea in una più attiva partecipazione».7
Questi due compiti – guida e coinvolgimento dell’assemblea – escludono chiaramente sia la delega al coro delle prerogative proprie dell’assemblea, sia l’appropriazione di queste prerogative da parte dei cori.8

13. Consapevoli di svolgere un ministero a servizio dell’assemblea, i cantori dimostreranno di possedere questo spirito di servizio non limitandosi a prestare la loro opera solo in occasione delle grandi solennità, ma mettendosi a disposizione per tutte quelle celebrazioni (Messe, altri sacramenti, Liturgia delle Ore, ecc.) che comportino un certo impegno musicale. Riteniamo quindi che rientri nei loro compiti tanto il prestarsi tutti insieme come coro (almeno a una delle Messe festive), quanto, però, anche il prestarsi singolarmente (magari a turno) per animare il canto dei fedeli in altre Messe e celebrazioni festive.9

14. Nella «Nota pastorale» i Vescovi italiani affermano, al numero 14, che «neanche una produzione musicale più adeguata alle necessità delle diverse assemblee riuscirà a farle cantare,
– se esse non saranno sostenute da una continua azione educativa e
– se in ogni celebrazione non saranno opportunamente guidate».

Nel 1997 con notevole impegno è stata pubblicata la quinta edizione, rielaborata e aggiornata, del nostro repertorio regionale di canti per la liturgia «Nella casa del Padre». Siamo però convinti che a ben poco servirebbe questa fatica, se simultaneamente non si agisse nelle singole comunità secondo queste due precise indicazioni:
– educare i fedeli al canto;
– prevedere, in ogni comunità, competenti «guide del canto dell’assemblea».
A chi – se non ai cantori dei nostri cori e, innanzitutto, ai loro direttori – dovremmo chiedere di assumersi questi compiti? Sappiamo di chiedere un impegno che comporta sacrifici. Sappiamo che sarà necessario dedicare un po’ del proprio tempo ad affinare la propria preparazione musicale e liturgica presso gli Istituti diocesani di musica e liturgia esistenti nelle nostre Diocesi. Ma confidiamo che il loro spirito di servizio e il loro amore per la musica li spronerà ad affrontare volentieri questi impegni così necessari, oggi, per la vita liturgica delle comunità cristiane.

15. Un problema prossimo a queste preoccupazioni è l’uso nella liturgia di musica riprodotta (compact disc, basi musicali midi, ecc.). L’esperienza in questo campo sembra consentire di distinguere tre situazioni diverse.
L’uso di questi mezzi in preparazione al culto, per esempio in fase di apprendimento di un canto, da parte specialmente di assemblee sprovviste di animatori preparati, è senz’altro utile e va raccomandato. L’uso degli stessi mezzi come elemento trainante del canto comune, quasi a sostituire il coro, l’animatore o gli strumentisti, suona falso e inautentico, ed è assolutamente da sconsigliare. L’eventuale inserimento in certe celebrazioni di musica registrata, con funzione di musica di sottofondo, richiede di essere studiato con grande cura e senso di opportunità, evitando soluzioni affrettate.
In ogni caso vogliamo rilevare che – invece di affidarsi frettolosamente a freddi mezzi tecnici – è molto più significativa pastoralmente, anche se indubbiamente più impegnativa, la preoccupazione di procurare alla comunità (attraverso gli Istituti diocesani di musica e liturgia o altre forme di preparazione) energie vive per il servizio liturgico: strumentisti, cantori, animatori del canto.


b) La posizione del coro

16. Poiché il coro fa parte dell’assemblea, è evidente che anche la sua collocazione all’interno della chiesa deve corrispondere a questo principio. Benché quasi ovunque si siano abbandonate le cantorie poste sopra la porta d’ingresso o in tribune laterali, riteniamo opportuno raccomandare che la posizione del coro faccia quasi da cerniera tra i posti dei fedeli e il presbiterio, in quanto il coro fa parte dell’assemblea dei fedeli, pur svolgendo un suo particolare ufficio.10
Per studiare le soluzioni più adeguate alle singole chiese, sarà di grande aiuto la specifica competenza della Sezione Arte delle Commissioni Liturgiche Diocesane e dell’Ufficio diocesano per i Beni Culturali.11

17. Capita talvolta di vedere, soprattutto nelle Messe teletrasmesse, i cantori vestiti con abiti non tanto «corali» quanto piuttosto da concerto. L’impressione che se ne ricava è di una indebita e inopportuna esaltazione del coro, cosa del tutto fuori luogo. La distinzione dei cantori nell’assemblea dei fedeli – richiesta dal loro ruolo specifico – non deve essere eccessivamente accentuata.


c) Il repertorio dei canti

18. La scelta dei canti per i cori liturgici dovrà orientarsi verso quei canti che meglio favoriscano la partecipazione dell’intera assemblea.12 In questa prospettiva ha lavorato la Commissione Liturgica Regionale nel preparare l’apposito volume del repertorio «Nella casa del Padre» con i canti a più voci. «La massima parte dei 170 canti qui proposti – si legge nella Presentazione del volume – sono armonizzati in modo tale che l’assemblea possa cantare il ritornello, oppure l’intera strofa degli inni con i soprani del coro (o alternandosi con il coro stesso). L’esperienza di questi vent’anni postconciliari dimostra che ciò è possibile e raccomandabile. Ventinove composizioni sembrano più adatte per l’esecuzione con il solo coro: va segnalato, però, che almeno alcune di esse potrebbero essere anche cantate con l’assemblea, a seconda dei casi e delle concrete circostanze».13

19. Parlando di cori, occorre ricordare ancora una volta che la loro partecipazione al canto liturgico non si limita ai canti a più voci. Anche il canto a una voce ha bisogno del coro e dei suoi solisti sia per inquadrare e sostenere il canto di tutta l’assemblea, sia per alternarsi con essa quando la struttura del canto lo richieda.

20. In ogni caso si pone il problema di una corretta scelta dei canti per la celebrazione. La difficoltà della scelta può già essere ridotta da un buon uso del «Prontuario» che lo stesso repertorio regionale propone come sussidio chiaro e pratico. Esso è basato su una nozione precisa dei rapporti che intercorrono tra rito e canto. Se questi sono chiari per quanto riguarda i canti dell’ordinario – ben sintetizzati dalla formula cantare la Messa, prima di cantare nella Messa – , la cosa è meno facile per i canti più generici, sia per la Messa che per altre celebrazioni. Si tratta di sapere qual è la soluzione migliore, tenendo presenti: la funzione rituale (per esempio: rito della comunione, canto dopo il battesimo), la forma musicale (inno, responsorio, acclamazione), il repertorio conosciuto. Non sempre è possibile dare indicazioni precise: preoccuparsi della scelta è però già buon indice di serietà nell’approccio alla celebrazione.
Notiamo che «scegliere», talora, può anche voler dire «decidere di non cantare», sia per l’indisponibilità di materiali adatti (che potranno talvolta essere sostituiti dalla lettura di un testo poetico o dall’introduzione di musica strumentale), sia soprattutto avendo a cuore l’equilibrio globale della celebrazione. Si dovrebbero così evitare alcune distorsioni che spesso ci capita di rilevare: per esempio, una prima parte della Messa ricca di canti, e una Liturgia eucaristica affrettata e povera; un rito del battesimo tutto parlato, e un matrimonio subissato di canti e musica; un «Santo» fin troppo lungo, mentre il salmo responsoriale è solo recitato; un canto ripetuto fino alla noia in qualsiasi rito, e in circostanze le più diverse; una celebrazione dove l’orecchio finisce per stancarsi di tante parole e suoni, mentre ha bisogno di giusti spazi di silenzio.

21. Non sembri strana la raccomandazione che facciamo a coloro ai quali sono affidati canto e musica: curare anche il silenzio. Non occorre affollare di canti tutta la celebrazione. È piuttosto necessario scegliere i canti in modo che siano distribuiti con equilibrio nelle varie parti di cui è composta ogni azione liturgica: Riti d’inizio, Liturgia della Parola, Liturgia sacramentale, Riti di conclusione. In particolare, non si suoni mentre il sacerdote dice la preghiera eucaristica (come invece si faceva quando questa era detta sottovoce).
Si ricordi quanto viene raccomandato, in ordine alla Messa, nell’«Ordinamento Generale del Messale Romano»:
«Si deve anche osservare, a suo tempo, il sacro silenzio, come parte della celebrazione. La sua natura dipende dal momento in cui ha luogo nelle singole celebrazioni. Così, durante l’atto penitenziale e dopo l’invito alla preghiera, il silenzio aiuta il raccoglimento; dopo la lettura o l’omelia, è un richiamo a meditare brevemente ciò che si è ascoltata; dopo la comunione, favorisce la preghiera interiore di lode e di supplica. Anche prima della stessa celebrazione è bene osservare il silenzio in chiesa, in sagrestia, nel luogo dove si assumono i paramenti e nei locali annessi, perché tutti possano prepararsi devotamente e nei giusti modi alla sacra celebrazione» (n. 45).
«La natura delle parti “presidenziali” esige che esse siano proferite a voce alta e chiara, e che siano ascoltate da tutti con attenzione. Perciò, mentre il sacerdote le dice, non si devono sovrapporre altre orazioni o canti, e l’organo e altri strumenti musicali devono tacere» (n. 32).

22. Tra le varie forme di canto, un coro non può certo trascurare la salmodia in senso stretto, che rimane centrale nella celebrazione della Liturgia delle Ore (alla quale è riservata un’apposita parte nel repertorio regionale «Nella casa del Padre»). Lungi dall’essere una cattiva imitazione della salmodia latino-gregoriana, la salmodia in italiano richiede un’articolazione del testo simile al comune modo di parlare, che sottolinei l’aspetto meditativo e interiore di buona parte dei salmi e cantici biblici. Per gli altri elementi della celebrazione delle Ore (inni, antifone, responsori, intercessioni) si tenga conto delle consuete norme del canto.


d) Le associazioni, i movimenti, i gruppi ecclesiali e gruppi particolari

23. In merito al repertorio dei canti desideriamo segnalare un ultimo aspetto che ci sta molto a cuore. Il nostro contatto con le assemblee celebranti ci mette spesso di fronte a un inconveniente che desidereremmo venisse evitato.
Nei giorni festivi le associazioni, i movimenti, i gruppi ecclesiali e i gruppi particolari confluiscono doverosamente nelle celebrazioni parrocchiali.14
Dobbiamo dire che spesso, quanto al canto, la «condivisione», di cui parla la «Nota pastorale» ora citata, non si realizza nelle nostre assemblee, allorché, in certe Messe, i gruppi ecclesiali, i movimenti, le associazioni assumono la scelta e l’esecuzione dei canti con una totale indifferenza nei confronti dell’assemblea, ridotta alla «posizione puramente passiva di ascoltatori-spettatori-fruitori».15
Ci rendiamo ben conto che certi canti costituiscono, per queste realtà ecclesiali, quasi un segnale di identificazione, in cui volentieri i loro appartenenti si ritrovano. Ma proprio questa caratteristica fa sì che tali canti non siano di per sé adatti a un’assemblea che non si riconosce in essi, o addirittura non li conosce.
Per questo chiediamo alle associazioni, ai movimenti, ai gruppi di saper ridimensionare in queste occasioni le loro peculiarità, promuovendo invece la partecipazione di tutta l’assemblea al canto.

24. Lo strumento per raggiungere questo obiettivo è il repertorio regionale di canti «Nella casa del Padre», nato appunto per favorire un repertorio minimo comune tra le diverse comunità cristiane della nostra Regione pastorale. Questo repertorio offre un materiale sufficientemente ampio e diversificato, capace di soddisfare le più varie esigenze. «Una grande importanza – dicevamo nella nostra Presentazione alla quarta edizione e che continua ad essere validissima anche oggi – è stata attribuita alla ricerca di testi ispirati alla Bibbia, teologicamente qualificati e sostenuti nel linguaggio. Dal punto di vista musicale si è cercato di rispondere alle disparate esigenze delle nostre assemblee liturgiche, così differenziate quanto a dimensioni, età e cultura: siamo certi che ogni assemblea – da quelle di fanciulli a quelle di persone anziane, dalle comunità religiose ai gruppi giovanili – potrà trovare in questo abbondante materiale quanto le è utile per cantare la propria fede.
È stato così compiuto un attento e lungo sforzo per selezionare quanto di più adatto esiste nell’attuale produzione musicale per la liturgia.
Ci aspettiamo, di conseguenza, che ognuno agisca con uguale senso di responsabilità nello scegliere i canti per la propria assemblea, evitando faciloneria, presunzione e improvvisazione».


e) Lingua latina e repertorio anteriore alla riforma liturgica

25. Le «Precisazioni» della Conferenza Episcopale Italiana premesse alla seconda edizione italiana del Messale Romano ribadiscono che «nelle Messe celebrate con il popolo si usa la lingua italiana. Si potranno inserire nel repertorio della Messa celebrata in italiano canti dell’ordinario, ed eventualmente del proprio, in lingua latina» (n. 12).
L’attuale contesto socio-culturale esige qualche attenzione circa l’uso della lingua latina o di altre lingue. Proponiamo quindi alcuni suggerimenti:
1) l’uso di canti in lingua latina e, a maggior ragione, in altra lingua diversa dall’italiano (che, a differenza del latino, sia estranea alla tradizione liturgica del nostro Paese) non divenga mai pretesto per introdurre differenze o distinzioni nell’assemblea o tra le assemblee;
2) mentre apprezziamo il valore religioso, liturgico, teologico e artistico di vasta parte della produzione musicale in lingua latina, soprattutto del repertorio gregoriano, ricordiamo che, nel deciderne l’uso, dev’essere tenuto presente il criterio di promuovere un clima di interiore attenzione, tale da favorire la preghiera di lode, di ringraziamento, di impetrazione e, nello stesso tempo, la partecipazione dell’assemblea. Questa partecipazione può consistere sia nell’intervento diretto con il canto di facili brani del repertorio latino (riteniamo che sarebbe bene cantare, in alcune circostanze, il Pater noster, il Gloria della Missa de angelis e il Credo III), sia in una forma di ascolto raccolto (come avviene per la musica strumentale) che non escluda, però, l’intervento attivo dei fedeli nelle parti della celebrazione che per loro natura lo richiedono (ad esempio, i canti rituali);
3) per un riguardo alle persone che non conoscono il latino, è opportuno fornire ai fedeli la traduzione italiana sul foglio dei canti oppure introdurre adeguatamente l’esecuzione del canto, così che possa offrire aiuto alla preghiera con tutti i suoi elementi musicali e verbali.

26. In merito all’uso di opere d’arte musicale che impediscano la partecipazione dell’assemblea, riteniamo utile riportare alcune indicazioni contenute nel documento della Congregazione per il Culto Divino, inviato il 5 novembre 1987 alle Conferenze Episcopali Nazionali, circa «I concerti nelle chiese»:
«Quando l’esecuzione della musica sacra avviene durante una celebrazione, dovrà attenersi al ritmo e alle modalità proprie della stessa. Ciò obbliga, non poche volte, a limitare l’uso di opere create in un tempo in cui la partecipazione attiva dei fedeli non era proposta come fonte per l’autentico spirito cristiano. Codesto cambiamento nell’esecuzione delle opere musicali è analogo a quello attuato per altre creazioni artistiche in campo liturgico, per motivo di celebrazione: per esempio, i presbitèri sono stati ristrutturati con la sede presidenziale, l’ambone, l’altare “versus populum”. Ciò non ha significato disprezzo per il passato, ma è stato voluto per un fine più importante, come è la partecipazione dell’assemblea.
L’eventuale limitazione che può avvenire nell’uso di codeste opere musicali può essere supplita con la presentazione integrale di esse, al di fuori delle celebrazioni, sotto la forma di concerti di musica sacra» (n. 6).

27. Quanto all’uso nelle liturgie nuziali di musiche tradizionali, mentre richiamiamo le indicazioni riportate nel 1971 e 1972 dalla rivista della Congregazione per il Culto Divino, in cui si raccomandava soprattutto un serio impegno di educazione al significato della liturgia per sostenere la graduale ricerca di musiche realmente adatte al rito nuziale16, desideriamo fare nostra l’indicazione data nella Premessa al Nuovo Rituale Romano riformato a norma dei decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II promulgato da Papa Paolo VI e riveduto da Papa Giovanni Paolo II circa il Sacramento del Matrimonio: «I canti da eseguire siano adatti al rito del Matrimonio ed esprimano la fede della Chiesa, in modo particolare si dia importanza al canto del salmo responsoriale nella liturgia della Parola. Quello che è detto dei canti vale anche riguardo alla scelta di tutto il programma musicale» (Premesse, n. 30).
Il doveroso invito a superare l’abitudine a musiche tradizionali, quando non siano in armonia con il rito, deve essere accompagnato da una paziente opera di informazione e formazione, senza della quale uno sbrigativo diniego appare ingiustificato a chi non ne conosca le ragioni. Raccomandiamo che, nella preparazione dei fidanzati al matrimonio cristiano, si faccia anche cenno all’importanza di non far prevalere l’interesse musicale (come altre preoccupazioni esteriori) su quello propriamente celebrativo, evitando quindi ogni sfarzo ed esibizionismo.17


Cantiamo nel cuore

28. Ci conforti, nel nostro comune lavoro per la liturgia, quanto ricordano i Vescovi italiani nella «Nota pastorale» a cui ci siamo fin qui riferiti:

«Una liturgia così intesa e celebrata offre allo stesso tempo molte risposte alle domande della fede (catechesi) e alle esigenze dell’impegno cristiano (morale). Essa sarà al tempo stesso annunzio e conferma, esortazione e verifica, ammonimento e sprone per ogni singolo fedele e per l’intera comunità. Celebrando la fede che la alimenta e riflettendo sulla qualità del proprio impegno in favore della città degli uomini, la liturgia nutre e accresce la fede, stimola e purifica l’impegno morale e la testimonianza» (n. 24).

Augurandoci che queste nostre direttive possano far sentire a tutti i cori non solo la nostra attenzione, ma anche la nostra partecipazione al loro lavoro, rivolgiamo a tutti i singoli cantori e ai loro direttori il nostro cordiale ringraziamento per l’opera che svolgono nelle comunità cristiane a favore della liturgia e facciamo nostre le parole di sant’Agostino nel suo commento al salmo 86:

«Camminiamo in Cristo, pellegrini nel mondo,
e, mentre tendiamo alla mèta,
il canto ne ravvivi il desiderio.
Chi desidera, anche se tace con la lingua,
canta nel cuore.
Chi non desidera, gridi quanto vuole,
ma è muto per Dio».

 
 

01 maggio 2008

Severino Card. POLETTO, Arcivescovo di Torino - Presidente;
Sebastiano DHO, Vescovo di Alba – Vice Presidente;
Arrigo MIGLIO, Vescovo di Ivrea - Segretario;
Enrico MASSERONI, Arcivescovo di Vercelli;
Renato CORTI, Vescovo di Novara;
Pier Giorgio MICCHIARDI, Vescovo di Acqui;
Giuseppe ANFOSSI, Vescovo di Aosta;
Luciano PACOMIO, Vescovo di Mondovì;
Pier Giorgio DEBERNARDI, Vescovo di Pinerolo;
Francesco RAVINALE, Vescovo di Asti;
Alfonso BADINI-CONFALONIERI, Vescovo di Susa;
Gabriele MANA, Vescovo di Biella;
Giuseppe GUERRINI, Vescovo di Saluzzo;
Giuseppe CAVALLOTTO, Vescovo di Cuneo e di Fossano;
Giuseppe VERSALDI, Vescovo di Alessandria;
Alceste CATELLA, Vescovo di Casale Monferrato
Guido FIANDINO, Vescovo ausiliare di Torino;

 

1 «Alcuni forse pensano che con la restaurazione liturgica i cori sono diventati inutili e sorpassati, e che si può tranquillamente sopprimerli. È un grave errore di principio. Se si vuole che l’assemblea liturgica sia veramente iniziata, guidata, educata al canto, il coro è indispensabile. Questo ha la sua parte propria da eseguire, aggiungendo così alla liturgia una nota di solennità e di bellezza nell’ambito del canto; però il coro deve anche preoccuparsi della sua funzione direttiva in vista della partecipazione dei fedeli al canto, guidandoli e sostenendoli nelle parti che sono loro proprie» (Lettera del «Consilium ad exsequendam Costitutionem de sacra liturgia» ai Presidenti delle Conferenze Episcopali, 25 gennaio 1966, n. 4).
2 «La Chiesa riconosce il canto gregoriano come proprio della liturgia romana: perciò, nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale. Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludano affatto nella celebrazione dei divini uffici, purché rispondano allo spirito dell’azione liturgica, a norma dell’art. 30» (Costituzione conciliare sulla liturgia, «Sacrosanctum Concilium», art. 116). «Si promuova con impegno il canto popolare religioso, in modo che nei pii e sacri esercizi, e nelle stesse azioni liturgiche, secondo le norme e disposizioni delle rubriche, possano risuonare le voci dei fedeli» (id., art. 118).
3 «La preparazione pratica di ogni celebrazione liturgica si faccia di comune e diligente intesa» – secondo il Messale e gli altri libri liturgici – «fra tutti coloro che sono interessati rispettivamente alla parte rituale, pastorale e musicale, sotto la direzione del rettore della chiesa e sentito anche il parere dei fedeli per quelle cose che li riguardano direttamente. Al sacerdote che presiede la celebrazione spetta però sempre il diritto di disporre ciò che a lui compete» (OGMR n. 111).
4 «Attenzione particolare dovrà essere dedicata a quei fedeli che collaborano all’animazione e al servizio delle assemblee. Consapevoli di svolgere “un vero ministero liturgico”, è necessario che essi prestino la loro opera con competenza e con interiore adesione a ciò che fanno. Nell’esercizio del loro ministero essi sono “segni” della presenza del Signore in mezzo al suo popolo. Con la molteplicità e nell’armonia dei loro servizi – dalla guida del canto alla lettura, dalla raccolta delle offerte alla preparazione della mensa, dalla presentazione dei doni alla distribuzione dell’Eucaristia – essi esprimono efficacemente l’unità di fede e di carità che deve caratterizzare la comunità ecclesiale, a sua volta segno e sacramento del mistico corpo di Cristo.
Per queste ragioni è vivamente raccomandabile che tali ministeri siano esercitati da fedeli adulti, stabiliti nel sacramento della Confermazione, adeguatamente preparati e consapevoli che il servizio liturgico è una testimonianza che va continuata e confermata nella vita di ogni giorno. Perché appaia con evidenza che liturgia e vita cristiana sono tra loro intimamente connesse, al ministero liturgico dovrebbe corrispondere un adeguato impegno nelle diverse attività in favore della comunità ecclesiale e umana.
A questi servizi liturgici è opportuno avviare progressivamente e con adeguata preparazione fanciulli e ragazzi, in vista di una loro crescita anche ministeriale nella comunità» (Conferenza Episcopale Italiana, Il rinnovamento liturgico in Italia, 1983, n. 9 «Un servizio da prestare»).
5 «Ai musicisti, ai cantori e, in primo luogo, ai fanciulli si dia anche una genuina formazione liturgica» (Costituzione conciliare sulla liturgia, «Sacrosanctum Concilium», art. 115).
6 «In questi venti anni si è assistito a una straordinario fervore di produzione musicale per la liturgia: il repertorio dei canti ne è risultato notevolmente arricchito e migliorato; quasi ogni momento di ciascuna celebrazione ha ora un suo repertorio; nuove aspirazioni e nuove consapevolezze hanno trovato espressione nei nuovi testi. Inutile nascondersi che non tutto è all’altezza della dignità del culto, ma non giova neanche sottolinearlo troppo: nessuna nuova espressione artistica nasce mai adulta. Sarà invece compito di tutti coloro che si impegnano in questo settore favorire una migliore selezione tra i canti esistenti, mediante segnalazione del materiale più valido, e indirizzare la nuova produzione verso la creazione di brani che meglio rispondano alle attese delle assemblee in preghiera.
Ma neanche una produzione musicale più adeguata alle necessità delle diverse assemblee riuscirà a farle cantare, se esse non saranno sostenute da una continua azione educativa e se in ogni celebrazione non saranno opportunamente guidate. Per questo si favorisca in tutti i modi una corretta formazione liturgica degli animatori musicali dell’assemblea e si curi che il coro, pur svolgendo la sua necessaria funzione di guida, coinvolga l’intera assemblea in una più attiva partecipazione» (Conferenza Episcopale Italiana, Il rinnovamento liturgico in Italia, 1983, n. 14 «Una fede da cantare»).
7 Conferenza Episcopale Italiana, Il rinnovamento liturgico in Italia, (1983), n. 14.
8 «Tutta la ricchezza di ministeri e i diversi compiti dei ministri non dovranno far dimenticare che il vero soggetto della celebrazione è sempre l’assemblea dei fedeli, verità recuperata e ribadita con forza dai nuovi libri liturgici, perché il Dio salvatore vuol stabilire un rapporto diretto, ancorché mediato, con il suo popolo, come appare chiaramente nell’assemblea del Sinai (Esodo 24), tipica per ogni convocazione del popolo eletto.
Questa centralità dell’assemblea – «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo acquistato» (Prima lettera di Pietro 1,9) – costituisce al tempo stesso un diritto e un dovere.
Nell’atto liturgico, infatti, la comunità, destinataria e protagonista di ogni celebrazione, esprime ed edifica se stessa, e, mentre professa la propria fede nel ministero della redenzione, sempre più progredisce sulla via della salvezza. Riconoscendosi in ognuno dei suoi ministri – che della stessa assemblea sono parte integrante – la comunità dei fedeli partecipa direttamente alla celebrazione, aderendo alle funzioni del ministro che presiede in virtù dell’Ordine sacro, con il consenso espresso dall’Amen, le risposte, le acclamaziani, i gesti e tutte le forme indicate nei libri liturgici.
Così, nella partecipazione gerarchica, l’assemblea caratterizza ogni celebrazione, adattata alla sue particolari situazioni e circostanze soprattutto con l’esecuzione dei canti e con la formulazione della preghiera dei fedeli» (Conferenza Episcopale Italiana, Il rinnovamento liturgico in Italia, 1983, n. 10 «Una partecipazione da animare»).
9 «È opportuno che vi sia un cantore o maestro di coro per dirigere e sostenere il canto del popolo. Anzi, mancando la schola, è compito del cantore guidare i diversi canti, facendo partecipare il popolo per la parte che gli spetta» (OGMR n. 104)
10 «I fedeli e la schola avranno un posto che renda più facile la loro partecipazione attiva. Il sacerdote celebrante, il diacono e gli altri ministri prenderanno posto nel presbiterio.
La schola cantorum, tenuto conto della disposizione di ogni chiesa, sia collocata in modo da mettere chiaramente in risalto la sua natura: che essa cioè è parte della comunità dei fedeli e svolge un suo particolare ufficio; sia agevolato perciò il compimento del suo ministero liturgico e sia facilitata a ciascuno dei membri della schola la partecipazione sacramentale piena alla Messa.
L’organo e gli altri strumenti musicali legittimamente ammessi siano collocati in luogo adatto, in modo da poter essere di appoggio sia alla schola sia al popolo che canta e, se vengono suonati da soli, possano essere facilmente ascoltati da tutti. È conveniente che l’organo venga benedetto prima di esser destinato all’uso liturgico, secondo il rito descritto nel Rituale Romano. In tempo di Avvento l’organo e gli altri strumenti musicali siano usati con quella moderazione che conviene alla natura di questo tempo, evitando di anticipare la gioia piena della Natività del Signore. In tempo di Quaresima è permesso il suono dell’organo e di altri strumenti musicali soltanto per sostenere il canto. Fanno eccezione tuttavia la domenica Laetare (IV di Quaresima), le solennità e le feste» (OGMR nn. 294, 312, 313)
11 «Tutti coloro che sono interessati alla costruzione, al restauro e al riordinamento delle chiese, consultino la Commissione diocesana di Liturgia e Arte sacra» (OGMR n. 291).
12 La Conferenza Episcopale Italiana – al n. 13 delle «Precisazioni» premesse alla seconda edizione italiana del Messale Romano – fornisce, per la scelta dei canti, precisi criteri di cui ogni coro deve tener conto:
«Nella scelta e nell’uso dei canti si tenga presente che essi devono essere degni della loro adozione nella liturgia, sia per la sicurezza di fede nel contenuto testuale, sia per il valore musicale e anche per la loro opportuna collocazione nei vari momenti celebrativi secondo i tempi liturgici.
Non si introduca in modo permanente alcun testo nelle celebrazioni liturgiche senza previa approvazione della competente autorità.
Ogni diocesi abbia cura di segnalare un elenco di canti da eseguire nelle celebrazioni diocesane, tenendo presenti le indicazioni regionali e nazionali per la formazione di un repertorio comune».
13 Con specifico riferimento alla celebrazione eucaristica, è opportuno ricordare quanto stabilisce l’OGMR circa le parti che spettano all’intera assemblea e quelle che possono essere affidate al solo coro.
Canto d’ingresso. «Viene eseguito alternativamente dalla schola e dal popolo, o dal cantore e dal popolo, oppure tutto quanto dal popolo o dalla sola schola» (n. 48).
Kyrie eleison. «Essendo un canto con il quale i fedeli acclamano il Signore e implorano la sua misericordia, di solito viene eseguito da tutti, in alternanza tra il popolo e la schola o un cantore. …Quando il Kyrie eleison viene cantato come parte dell’atto penitenziale, alle singole acclamazioni si fa precedere un ‘tropo’» (n. 52).
Gloria. «Il testo di questo inno non può essere sostituito con un altro. Viene iniziato dal sacerdote o, secondo l’opportunità, dal cantore o dalla schola, ma viene cantato da tutti simultaneamente o dal popolo alternativamente con la schola, oppure dalla stessa schola. (n. 53).
Salmo responsoriale. «Conviene che il salmo responsoriale si esegua con il canto, almeno per quanto riguarda la risposta del popolo. Il salmista quindi o cantore del salmo canta o recita i versetti del salmo all’ambone o in altro luogo adatto; l’assemblea sta seduta e ascolta, e partecipa di salito con il ritornello, a meno che il salmo non sia cantato o recitato per intero senza ritornello. Ma perché il popola più facilmente possa ripetere il ritornello, sono stati scelti alcuni testi comuni di ritornelli e di salmi per diversi tempi dell’anno e per le diverse categorie di santi; questi testi si possono utilizzare al posto di quelli corrispondenti alle letture ogni volta che il salmo viene cantato» (n. 61). Nel nostro repertorio regionale di canti «Nella casa del Padre» (dopo il canto n. 239) è segnalato, secondo quanto previsto dall’Ordo lectionum missae (nn. 89-90), l’elenco di salmi comuni e ritornelli scelti dalla Commissione Episcopale Italiana per la Liturgia nel 1979. Essi si possono utilizzare al posto di quelli proposti nel Lezionario, perché si possa più facilmente cantare il ritornello del salmo responsoriale.
Canto al Vangelo. «Tale acclamazione costituisce un rito o atto a sé stante, con il quale l’assemblea dei fedeli accoglie e saluta il Signore che sta per parlare nel Vangelo e con il canto manifesta a propria fede. Viene cantata da tutti stando in piedi, sotto la guida della schola o del cantore, e se il caso lo richiede, si ripete; il versetto invece viene cantato dalla schola o dal cantore» (n. 62).
Simbolo o professione di fede. «Se si proclama in canto, viene intonato dal sacerdote o, secondo l’opportunità, dal cantore o dalla schola; ma viene cantato da tutti insieme o dal popolo alternativamente con la schola» (n. 68).
Processione con le offerte. «II canto all’offertorio accompagna la processione con la quale si portano i doni; esso si protrae almeno fino a quando i doni sono stati deposti sull’altare. Le norme che regolano questo canto sono le stesse che per il canto d’ingresso. È possibile accompagnare con il canto i riti offertoriali, anche se non si svolge la processione con i doni» (n. 74).
Preghiera eucaristica: Santo, Anamnesi, Dossologia. «Tutta l’assemblea, unendosi alle creature celesti, canta il Santo. Questa acclamazione, che fa parte della Preghiera eucaristica, è proclamata da tutto il popolo col sacerdote» (n. 79b). «La Chiesa, adempiendo il comando ricevuto da Cristo Signore per mezzo degli Apostoli, celebra il memoriale di Cristo, commemorando specialmente la sua beata passione, la gloriosa risurrezione e l’ascensione al cielo» (n. 79e). «La dossologia finale: con essa si esprime la glorificazione di Dio; viene ratificata e conclusa con l’acclamazione del popolo: Amen» (n. 79h).
Padre nostro. «L’invito o monizione, la preghiera del Signore, l’embolismo e la dossologia con la quale il popolo conclude l’embolismo, si cantano o si dicono ad alta voce» (n. 81).
Agnello di Dio. «Abitualmente l’invocazione Agnello di Dio viene cantata dalla schola o dal cantore, con la risposta del popolo, oppure la si dice almeno ad alta voce. L’invocazione accompagna la frazione del pane, perciò la si può ripetere tanto quanto è necessario fino alla conclusione del rito. L’ultima invocazione termina con le parole dona a noi la pace» (n. 83).
Canto di comunione. «Può essere cantato o dalla sola schola, o dalla schola o dal cantore insieme con il popolo. Ultimata la distribuzione della comunione, il sacerdote e i fedeli, secondo l’opportunità, pregano per un po’ di tempo in silenzio. Tutta l’assemblea può anche cantare un salmo, un altro cantico di lode o un inno». (n. 88).
14 Così prescrive la «Nota pastorale» della Conferenza Episcopale Italiana Il giorno del Signore (15 luglio 1984).
«Nella sua forma più piena e più perfetta, l’assemblea si realizza quando è radunata attorno al suo Vescovo o a coloro che, a lui associati con l’Ordine sacro nello stesso sacerdozio ministeriale, legittimamente lo rappresentano nelle singole porzioni del suo gregge, le parrocchie.
Questa pienezza è tale da accogliere e assumere in sé ogni dono e ogni ministero particolare. Il gruppo o il movimento, da sali, non sono l’assemblea; essi stessi sono parte dell’assemblea domenicale, così come sono parte della Chiesa.
Per tutti vale la raccomandazione della Chiesa antica a “non diminuire la Chiesa e a non ridurre di un membro il Corpo di Cristo con la propria assenza”. E il Corpo del Signore non è impoverito solo da chi non va affatto all’assemblea, ma anche da coloro che, rifuggendo dalla mensa comune, aspirano a sedersi a una mensa privilegiata e più ricca: non sembrano infatti somigliare a quei cristiani di Corinto che rifiutavano di mettere in comune il loro ricco pasto con i più poveri (cf. Prima lettera di Paolo ai Corinzi 1,21)? Se l’Eucaristia è condivisione (espressa nel gesto dello spezzare il pane) sull’esempio di Colui che non ha risparmiato nulla di sé, allora chi ha più ricevuto, più sia disposto a donare, anche quando donare potrà sembrare perdere» (n. 10).
15 È uno dei «nodi irrisolti» ricordati dalla «Nota pastorale» della Conferenza Episcopale Italiana, Il rinnovamento liturgico in Italia, 1983, n. 3.
16 Cf. la rivista della Congregazione per il Culto Divino – «Notitiae» – nei fascicoli 62 (marzo 1971, pagine 110-111) e 69 (gennaio 1972, pagine 25-29). Di quest’ultimo articolo è utile riportare la conclusione, perché offre criteri validi anche per altre situazioni liturgiche: «Dall’esame dei vari momenti del rito nuziale inserito nella Messa, si deduce che, nel rispetto delle norme liturgiche e della natura delle diverse parti della celebrazione, non vi può essere posto in essa per quei brani musicali che – anche se tradizionali – risentono di un clima liturgico in cui l’azione sacra era affidata quasi esclusivamente al sacerdote, mentre i fedeli presenti rimanevano per gran parte in un atteggiamento di devoto ascolto. Il rinnovamento liturgico esige che tutti gli elementi di cui risulta la celebrazione – brani musicali compresi –, inquadrandosi in un insieme armonico, formino quell’unità dell’atto di culto, espresso dall’intero Corpo della Chiesa, a cui i singoli membri partecipano “pienamente, consapevolmente e attivamente”, secondo la diversità dei ministeri. Ed è in particolare la musica sacra che “esprimendo più dolcemente la preghiera”, mentre arricchisce di maggiore solennità i sacri riti, deve favorire l’unanimità della partecipazione».
17 «Gli Ordinari del luogo vigilino perché, tranne gli onori dovuti, nel rispetto delle leggi liturgiche, alle autorità civili, non ci siano distinzioni di persone private o di condizioni sociali. (Premesse, n. 31) Vedi anche il n. 8 del presente documento.